DOMENICA 3 MAGGIO IV° DI PASQUA

Il testo del Vangelo proposto dalla liturgia per la 4^ di Pasqua

 è l’inizio del brano che si riferisce al Buon Pastore.

Sono diversi i testi che mi hanno aiutato in questa riflessione, in modo particolare S. Fausti.

Alla fine riporto la trascrizione di un pezzo della sua lectio registrata anni fa.

Vi assicuro che vale la pena di leggerlo!

 

Il Vangelo di domenica 3 maggio: Giovanni 10,1-10

 

Il brano del Vangelo in questa domenica, ci parla di recinto, di pecore, di porta, di ladri e briganti, di pastori. Il termine tradotto in italiano con recinto, visto il contesto, e che per noi può rimandare alla comunità, alla chiesa… in realtà era un termine che indicava il Tempio.

Pur utilizzando le immagini prese dal mondo della pastorizia Gesù qui non sta parlando di un generico ovile ma vuole fare esplicito riferimento al Tempio, e a tutto ciò che al Tempio era connesso, sia riguardo alle norme, sia riguardo alle ritualità, tutto rigidamente codificato.

La porta, ha una ricca valenza simbolica: in questo contesto descrive la possibilità di immette nella sicurezza del recinto, ma non per recludere le pecore, perché da quella stessa porta le pecore “entrano ed escono per trovare pascolo” (Gv. 10,9).

Di ladri e briganti si dice che, non entrando per la porta, si qualificano per ciò che sono, e che la loro voce, per quanto suadente, non convince.

 

Il Buon Pastore e il pastore.

Del pastore, invece, vale la pena notare la chiarificazione essenziale che spesso sfugge: è pastore perché entra attraverso la porta. Non è “pastore prima”, quasi a prescindere dalla porta. No!

Il pastore, quello che conosce (perché ama) le pecore, quello la cui voce viene riconosciuta e che conduce le pecore, è tale in quanto (sempre) passa attraverso la porta che è Cristo.

Per la precisione, il pastore le “spinge fuori (dal tempio) e cammina davanti a loro”. Affinché abbiano vita.

Questo è il Vangelo.

Certo, poi c’è quanto nei secoli dice la tradizione della Chiesa.

Ma il Vangelo rimane questo!

Il “pastore”, ci dice il Vangelo, non è per definizione un “ministro ordinato” ma è colui che entra nella comunità dei credenti attraverso lo stile, la vita, l’amore di Cristo. Può essere anche un ministro ordinato -vescovo, prete, diacono- ma il solo ministero conferito non lo identifica come “pastore”.

 

Questo testo del vangelo ci offre un orizzonte di verità su cui collocare alcuni aspetti del nostro “essere chiesa”. Il pastore è quella persona che conduce la comunità ad una esperienza sempre più liberante della vita. La distinzione tra laicato e ministri ordinati, dai diaconi ai vescovi, è una modalità scelta dalla Chiesa -che ha peraltro le sue ragioni- ma il Vangelo ci parla che il pastore è chiunque abbia lo stile di Cristo e che con questo stile si rapporta alla comunità degli uomini.

I pastori per il Vangelo sono coloro che in modi, i più diversi, instaurano una relazione di conoscenza, di affetto e di intimità con Cristo, il solo e unico Buon Pastore (come indicheranno i versetti immediatamente seguenti del nostro brano: “Io sono il buon pastore”), colui che guida tutti: pastori e gregge, laici e clerici, verso pascoli che permettono la vita piena.

 

Anche oggi come allora.

C’è chi coltiva l’ideale di restare nel recinto, di rafforzare la struttura, di elaborare ulteriori normative, di difendere le conquiste ottenute, di implementare necessarie ritualità statiche, che guardano al passato… questi tali magari sono entrati nel recinto per la Porta, chi lo sa, ma certamente si sono smarriti, ora non sanno più dove sia la Porta: “se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.” Dopo essere entrati è necessario uscire, sempre attraverso Cristo: è fuori che il Buon Pastore ci conduce tutti per trovare pascolo, perché è fuori -ci dice Gesù nel Vangelo- che si trova la vita reale.

La Chiesa in uscita, di cui tanto ci parla papa Francesco ha un fondamento evangelico potente in questo testo: ne va del senso della Chiesa, uscire è fondamentale perché altrimenti si rimane fuori nientemeno che dalla vita che il Buon Pastore ci indica!

 

Chiamati ad uscire dal Tempio.

Usciamo non per conquistare, per imporre e dominare. Usciamo attratti dal Buon Pastore è un modello di vita ben chiaro, ben definito quello del Cristo Buon Pastore, colui che dà la vita per le sue pecore. Nel Suo donare la vita per noi, ritroviamo il valore della nostra stessa vita, e possiamo davvero nutrirci della vita del Cristo (anche nel segno eucaristico) solo se facciamo della nostra stessa vita un dono.

Ecco un nuovo paradigma, un nuovo modello… quello di Cristo, ecco la voce che le pecore ascoltano, la voce dell’affetto, della comprensione, della misericordia, dell’amore.

 

Fermiamoci un attimo.

Noi tutti impostiamo la nostra vita sui modelli che abbiamo davanti e quei modelli sono i nostri “pastori”, che ci guidano, ci conducono, ci controllano, coi quali ci verifichiamo:

(pastori con la “p” minuscola -anche i ministri ordinati hanno la p minuscola-

per noi c’è solo un unico Pastore con la “P” maiuscola).

Tutta la cultura è fondata su modelli che noi seguiamo anche inconsciamente, grazie ai mezzi di comunicazione, ai social media, alla televisione …tant’è che noi a volte ci troviamo dentro ad un modello di comportamento senza neanche sapere di seguirlo, un modello che s’impone e che noi supinamente prendiamo come …pecore, solo giusto per restare in tema.

E lo spazio per la libertà sembra essere sempre minore.

 

Corriamo tutti un grande rischio.

Siamo tutti tentati di prendere come oggetto dei nostri desideri quello che ci sembra essere il più realizzato. Generalmente quello più realizzato è il modello che riesce a dominare sugli altri, è il modello vincente, il modello dominante. Ed è tale perché s’impone. Perché ha i mezzi, ha il potere. E in un modo o nell’altro, più o meno mascherato il potere si esercita sempre con la violenza.

Il rischio è che tutti, sudditi e capi, giochiamo allo stesso gioco del più violento. E si riesce a stare insieme senza distruggersi perché c’è uno abbastanza forte da dire: “State buoni perché io vi controllo tutti!”.

Nei momenti di crisi poi quando la lotta si acuisce, emerge ancora il più forte che si impone ancora su tutti. Questo fa sì che la storia dell’uomo sia davvero la storia della violenza che crescerà sempre di più, dall’inizio alla fine, con forme più o meno digeribili, socialmente accettabili, politicamente corrette… e quando finirà tutto ciò?

Quando le spade saranno aratri e le lance falci: “Venite saliamo al monte del Signore… Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra.” (Is. 2,4-6) Questo è il sogno messianico.

Non sappiamo quando diventerà realtà; la fede ci dice che ogni giorno che passa è una opportunità per avvicinarsi a questa realizzazione. Diventerà il nostro futuro quando tutti capiremo che è sbagliato questo brutto gioco dal quale siamo tutti giocati.

Perché siamo tutti carnefici e vittime, alternativamente.

 

Intanto i capi, di qualsiasi genere siano, rappresentano il modello corrente che tutti seguiamo, se no non sarebbero neanche i capi…

“In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore”

E’ autorivelazione di Gesù, una dichiarazione solenne, quella preceduta da “in verità, in verità vi dico”. Gesù viene per portarci alla libertà, seguire la sua voce è non seguire quei modelli correnti.

La libertà a cui siamo chiamati da Cristo è quella realizzazione dell’uomo nuovo che non sceglie il dominio, la violenza, non è colui che opprime ed elimina, ma è l’uomo che prende l’umanità per quella che è, nel suo limite e nella sua debolezza, la serve, l’aiuta, è solidale con essa e la fa crescere nella libertà; in uno stile che non è quello di chi domina, ma quello di chi serve per amore.

E noi cristiani in questo abbiamo una grande responsabilità in questa nostra umanità, dobbiamo esserne coscienti. Noi non abbiamo una religione da imporre ma siamo chiamati a vivere e a proporre ad ogni uomo la nostra umanità di figli e fratelli; perché tutti siamo figli -nessuno s’è fatto da sé – e diventiamo figli solo se accettiamo tutti gli altri come fratelli.

 

Silvano Fausti, trascrizione da una registrazione dal vivo su questo testo di Giovanni.

 

“Questo capitolo 10 del vangelo di Giovanni ci svela il gioco, il tipo di umanità che ci domina tutti, in modo che come l’ex cieco veniamo illuminati e veniamo alla luce, cioè nasciamo come uomini. È molto chiaro, le pecore sono il popolo, il popolo di Dio. Il recinto è una parola che in greco non vuol dire ovile; recinto è anche quello usato per il tempio, o per la tenda del convegno.

Recinto è ciò che ci tiene dentro. Cosa fanno le pecore nel recinto? Di notte può essere utile che stiano lì perché non sanno dove andare; di giorno le pecore nel recinto sono semplicemente munte, tosate, vendute, macellate.

E i capi le tengono nel recinto appunto per sfruttarle, opprimerle e svenderle.

E il recinto tenete presente è il tempio, è il concetto che abbiamo di Dio e di legge, che è lo stesso concetto che abbiamo di uomo.

Gesù è la luce del mondo. Quando viene il giorno, è ora di uscire dal recinto per andare ai pascoli della vita. Perché se resta nel recinto la pecora muore anche se non le facessero nulla di male, muore perché non mangia e non beve. Ma chi ha interesse a tenerla nel recinto è contento perché ha lana, carne, soldi.

Chi non entra per la porta … Gesù dirà poi Io-Sono la porta, e qual è la porta se il gregge è l’umanità, le persone? Ricordate che Gesù all’inizio del vangelo entrò nel recinto del tempio e scacciò fuori le pecore destinate al macello. E poi nel capitolo 5 andò presso la porta pecoraia che era il luogo attraverso il quale entravano le pecore per il macello e lì c’era tutta la folla inferma che stava lì fuori dal tempio: è l’immagine del popolo che è escluso dalla presenza di Dio e può andare alla presenza di Dio solo come carne da macello e per essere sacrificata per fare espiazioni.

Qual è la porta? La porta è una breccia nel muro, nello steccato; è dove non c’è muro, dove non c’è steccato. È dove cessa la prigione, è dove si può entrare.

La porta dell’uomo – e la porta serve anche per uscire – la vera porta dell’uomo è la sua intelligenza e la sua libertà che sono la sua porta su Dio. Ciò che non entra passando attraverso la nostra intelligenza, quindi sottostà al vaglio critico – ma lo danno da bere così e lo impongono! – e non risponde al desiderio di felicità di vita e di libertà e di giustizia, non entra per la porta.

Chi ha bisogno di entrare raggirando, aggirando e raggirando l’intelligenza altrui con imbrogli, con propaganda, non entra per la porta! È uno che ti vuol ingannare e vuole impadronirsi di te.

E questo vale per tutti i capi, religiosi o meno. Gesù dirà: Tutti prima di me son briganti e ladri. Perché l’importante è che l’uomo non capisca e obbedisca, mentre lui che è la Parola del Padre, l’intelligenza e l’amore del Padre vuole che l’uomo capisca, ascolti questa Parola e sia libero per amare. Non vuole schiavi e sudditi. Dirà nel brano seguente a questo che è venuto a tirar fuori da tutti i recinti tutti gli uomini, da tutti gli steccati ideologici e religiosi che noi ci fabbrichiamo per portarci verso la libertà e l’unione nella diversità.

Chi non entra nel recinto è un ladro, un brigante. Gesù sta parlando ai capi e dice loro che sono ladri e briganti. Ecco ladro è Giuda nel Vangelo di Giovanni, s’impadronisce di ciò che è di tutti, perché ciò che c’è è di tutti; chi s’impadronisce è già ladro. E brigante è Barabba, chi era Barabba? Era uno che aveva tentato una rivolta, sotto il periodo delle feste; se fosse andata bene la rivolta lui sarebbe stato un bandito, avrebbe preso il potere e la vittima sarebbe stato il capo che era Pilato; e lui sarebbe diventato il capo. Invece è un bandito fallito perché ha perso; se fosse riuscito sarebbe lui colui che governa. Quindi briganti sono esattamente coloro che s’impossessano; sono i padroni che vogliono avere in mano tutto e tutti e chi vuole il potere. Il brigante maggiore è quello che riesce.

Gesù contrapporrà a questo il Pastore bello che è lui, l’unico Pastore; tutti gli altri sono ladri e briganti a meno che facciano come lui che dà la vita per le pecore, che si mette a servirle.”