RACCONTI DAL PASSATO:
LA CHIESA DI MIA MADRE
Quando ero piccolo piccolo, e ancora non conoscevo il mio paese natio (ero stato portato a Padova, infante, per un disastroso cambiamento di sede di famiglia), sentivo spesso mia madre nominare, con accento di devozione e di nostalgia, la Madonna delle Grazie: santuario e immagine sacra. Ne parlava volentieri a sua sorella, la mia cara zia Neni, e anche a me, bambino, perché in giovinezza, amante com'era, per indole naturale, della solitudine, aveva sempre trovato in quella vecchia chiesa fuori di mano e davanti a quella incantevole immagine, raccoglimento e fervore per le sue preghiere.
Vidi più tardi coi miei propri occhi (occhi di ragazzo distratto, preso da mille cose: da tutte le cose del mondo) la chiesa e il quadro, tante volte veduti con gli occhi della mamma, attraverso le sue parole.
Forse n'ebbi una piccola delusione: non so, non ricordo. Ma, certo, fu solo intorno ai miei sedici anni, ai tempi del liceo, che mi resi conto della nobiltà severa della chiesa e della poetica suggestione del paesaggio di pianura che la circonda d'infinito.
Nonché dello splendore soave della Vergine dipinta dal nostro angelico Giambellino.
Da allora a oggi (a oggi che sono vecchio, e sento più affetto che mai per i miei più lontani ricordi) non ho mai cessato di peregrinare col pensiero alla Madonna delle Grazie, quando non potevo farlo con le mie gambe. Quella nuda umiltà di aspetti naturali, col Fiumicello che sfiora il sagrato e si perde tra i campi, e la bellezza profonda di quel giovane volto materno, pallido, assorto, senza sorriso, mi sono sempre rimaste nel cuore da allora. Di là, da quella solitudine delle mie “basse”, da quella stupenda chiesa di “campagna”, da quella meravigliosa e commovente immagine, viene una voce che dolcemente m'invita, mi chiama. Che cosa posso rispondere se non: Ecce, mater, adsum?
L'AVE
La campana ha chiamato,
e l'angelo è venuto.
Lieve lieve ha sfiorato
con l'ala di velluto
il povero paese:
v'ha sparso un tenue lume
di perla turchese
e un palpito di piume;
ha posato i dolci occhi
su le più oscure soglie...
Poi, con gli ultimi tocchi,
cullati come foglie
dal vento la sera,
se n'è volato via:
a portar la preghiera
degli umili a Maria.
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